Genitori nei boschi vs genitori sui social: quando lo Stato rischia di scegliere “il modello giusto” di famiglia
«Fatemi capire: i genitori che stanno tutto il giorno sui social ignorando i figli vanno bene, mentre chi vive libero nei boschi no?».
La frase di Paolo Crepet è rimbalzata ovunque, dopo la decisione del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila di allontanare tre bambini dalla famiglia che viveva in una casa nel bosco, in Abruzzo.(Sky TG24)
Al centro c’è una domanda scomoda, che non riguarda solo quella famiglia:
chi decide che cosa è una “buona” genitorialità? E su quali prove?
1. Il caso della “famiglia nel bosco”: oltre la polemica social
Secondo le ricostruzioni, tutto parte da un’intossicazione da funghi. Da lì scattano relazioni dei servizi sociali, accertamenti, audizioni. Alla fine, il Tribunale dispone la sospensione della responsabilità genitoriale e il collocamento dei tre figli in comunità, citando “indizi di preoccupante negligenza” soprattutto su istruzione e vita di relazione dei minori.(Il Fatto Quotidiano)
Non abbiamo in mano il fascicolo, e quindi non possiamo – né dobbiamo – riscrivere la sentenza sui social.
Ma una cosa è certa: l’allontanamento dalla famiglia è sempre un trauma enorme, come ricorda lo stesso Crepet, una “ferita che rischia di restare per tutta la vita”.(Il Tempo)
Ed è qui che entra in gioco il diritto.
2. Il diritto dei bambini a vivere con i genitori: eccezione, non regola
Nel nostro ordinamento il principio è chiaro:
il bambino ha diritto a crescere nella propria famiglia di origine.
L’allontanamento è una misura eccezionale e di ultima ratio, giustificata solo da fatti gravi e accertati – non da ipotesi, pregiudizi o stili di vita “non conformi al mainstream”.
Questo significa tre cose molto concrete:
- Non basta che una famiglia sia “strana”
Vivere in città, in campagna o in un bosco non è di per sé indice di idoneità o inidoneità genitoriale. Quello che conta è se i bisogni fondamentali del minore – cura, salute, istruzione, relazioni significative – sono effettivamente tutelati. - Servono fatti, non impressioni
L’allontanamento non può poggiare su formule generiche (“contesto insolito”, “stile di vita alternativo”) ma su condotte specifiche: maltrattamenti, abbandono, violenze, grave trascuratezza provate e documentate. - Lo Stato è di diritto, non “etico”
Lo Stato di diritto giudica comportamenti concreti, non modelli di vita. Lo Stato “etico” invece pretende di decidere quale famiglia è “giusta” per tutti.
Quando togli i figli perché una famiglia non rientra nello schema dominante, il confine si fa pericolosamente sottile.
3. “Bosco o città” è una falsa alternativa: il tema è l’equilibrio
Crepet lo sintetizza bene: non è una questione bosco o città, ma di equilibrio.(Orizzonte Scuola Notizie)
Una famiglia può vivere:
- in un casale isolato ma essere presente, affettuosa, attenta a istruzione e socialità;
- in un appartamento in città, ma con genitori assenti, perennemente sui social, emotivamente irraggiungibili.
Nel 2025 parliamo tanto di “benessere digitale” dei minori, ma quanto pesano davvero, nei fascicoli, i genitori che scrollano lo smartphone ore e ore davanti ai figli?
La provocazione è questa:
se il parametro educativo diventa solo il “grado di conformità allo stile di vita medio”, chi vive fuori standard è automaticamente sospetto.
4. Bibbiano e Forteto: cosa ci hanno insegnato, davvero?
Quando parliamo di allontanamenti, due nomi tornano subito: Bibbiano e Forteto.
Bibbiano: il “processo mediatico” e la sentenza
Per anni Bibbiano è stato sinonimo di “bambini rubati”. L’inchiesta “Angeli e Demoni” aveva ipotizzato un sistema di affidi illeciti, terapie manipolative, pressioni sui minori.(Sky TG24)
A luglio 2025, però, la sentenza ha ridimensionato quasi del tutto il quadro accusatorio:
3 condanne con pena sospesa, 11 imputati assolti o prosciolti.(Corriere di Bologna)
Questo non significa che non vi siano stati errori o criticità nel sistema degli affidi. Ma ci ricorda due cose:
- non sempre il “mostro mediatico” coincide con le responsabilità penali accertate;
- quando si parla di famiglie e servizi sociali, rischiamo facilmente di passare da “si tolgono troppi bambini” a “non si tolgono mai abbastanza” a colpi di slogan.
Forteto: l’orrore dentro la comunità
Al polo opposto c’è il Forteto, la comunità toscana dove per decenni minori affidati dallo Stato hanno subito abusi psicologici e sessuali, con condanne definitive e ben tre commissioni di inchiesta – regionali e parlamentari – sulle responsabilità istituzionali.(Wikipedia)
Qui lo scandalo è doppio:
- gli abusi gravissimi sui minori;
- il fatto che, nonostante le prime condanne, per anni si sia continuato ad affidare bambini alla stessa comunità, con una rete di coperture, sottovalutazioni, cecità istituzionale.
Bibbiano e Forteto, letti insieme, ci dicono che:
- un sistema può sbagliare in entrambe le direzioni:
– togliendo bambini senza basi sufficienti;
– lasciandoli troppo a lungo in contesti oggettivamente pericolosi. - non basta “chiudere un’inchiesta”: serve una vera cultura della responsabilità, trasparente e continuativa.
La domanda allora è legittima:
quante indagini su affidi, comunità, case-famiglia sono davvero arrivate fino in fondo, e quante si sono perse tra prescrizioni, archiviazioni e silenzi?
5. Famiglie da togliere o famiglie da aiutare?
C’è un nodo sociopolitico che non possiamo più evitare:
lo Stato, con le sue strutture, oggi è più orientato a rimuovere i bambini o a sostenere le famiglie in difficoltà?
Se guardiamo alla normativa, la risposta è chiara:
prima di pensare all’allontanamento, i servizi dovrebbero:
- offrire aiuti concreti (economici, psicologici, educativi);
- lavorare su progetti di sostegno alla genitorialità;
- valutare soluzioni temporanee e proporzionate.
Nella pratica, però, spesso accade l’opposto:
- servizi sociali sotto organico, senza tempo per interventi di prevenzione;
- famiglie “fragili” lasciate sole fino al punto di rottura;
- poi, improvvisamente, l’intervento drastico: l’allontanamento.
È una spirale pericolosa: meno prevenzione, più emergenze, più provvedimenti traumatici.
6. Che cosa servirebbe, subito (in 7 punti molto concreti)
Per non restare intrappolati tra il “si tolgono troppi bambini” e il “non si interviene mai”, servono scelte strutturali, non solo slogan. Ad esempio:
- Standard nazionali chiari sugli allontanamenti
Linee guida vincolanti che rendano davvero ultima ratio il collocamento in comunità, con check-list di fatti gravi e ben documentati, non formule generiche. - Obbligo di motivazione “alta” quando si incide sulla relazione genitore-figlio
Provvedimenti scritti in modo comprensibile, che spieghino esattamente quali comportamenti sono stati ritenuti pregiudizievoli e quali interventi di sostegno sono stati tentati prima. - Supervisione indipendente sulle relazioni tecniche
Consulenze psicologiche e sociali che decidono del destino di un bambino dovrebbero essere valutate anche da organismi terzi, per ridurre al minimo il peso dei bias personali. - Dati pubblici (anonimizzati) su affidi e comunità
Quanti bambini sono allontanati ogni anno? Per quali cause prevalenti? In quante situazioni il rientro in famiglia riesce?
Senza numeri trasparenti, restiamo ostaggio delle narrative opposte. - Sostegno vero alle famiglie “non standard”
Chi sceglie stili di vita diversi – vivere in campagna, in comunità alternative, in contesti più isolati – deve poter essere valutato sui fatti, non etichettato automaticamente come sospetto. - Formazione specifica su pregiudizi e povertà educativa
Povertà economica, culturale o geografica non equivale a inidoneità genitoriale. Confondere i piani è il primo passo verso lo Stato etico. - Ascolto autentico dei bambini, non solo formale
Il diritto all’ascolto non può ridursi a un verbale di poche righe. Servono strumenti adeguati all’età e professionisti preparati a raccogliere la voce dei minori senza suggestionarla.
7. Conclusione: la vera domanda dietro il “caso del bosco”
Alla fine, la frase che divide – «genitori sui social sì, genitori nel bosco no?» – ci costringe a guardare allo specchio il nostro sistema.
Se iniziamo a togliere i figli perché una famiglia non assomiglia al nostro modello mentale di “normalità”, non siamo più in uno Stato di diritto, ma in uno Stato etico che pretende di educare tutti secondo un’unica ricetta.
Il punto non è romanticizzare la vita nei boschi né demonizzare la città.
Il punto è questo:
Ogni bambino ha diritto a vivere con i propri genitori, salvo fatti gravi, concreti e accertati.
Tutto il resto – paure, pregiudizi, mode educative – deve restare fuori dalle aule dei tribunali.
Le famiglie fragili vanno aiutate, non sostituite.
E ogni volta che lo Stato interviene sulla relazione più sacra – quella tra genitore e figlio – dovrebbe farlo con la stessa prudenza con cui si maneggia una vita. Perché di questo, in fondo, stiamo parlando.