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Il “raptus” non è un alibi. È tempo di educare alla responsabilità

Il “raptus” non è un alibi. È tempo di educare alla responsabilità

«Il raptus è un’insolenza per l’umanità». Con queste parole lo psichiatra Paolo Crepet commenta l’ennesimo femminicidio che ha scosso l’Italia: l’omicidio della quattordicenne di Afragola per mano dell’ex fidanzato diciannovenne. Crepet ci scuote, ci provoca, ci richiama al dovere di verità. E ha ragione. La violenza non nasce mai dal nulla. Chi uccide, chi perseguita, chi umilia o distrugge la dignità dell’altro, non lo fa in un attimo di follia. Lo fa dopo mesi, anni, di segnali ignorati, legittimazioni sociali, e talvolta con la complicità inconsapevole di un’intera comunità.

Come avvocato esperto in diritto di famiglia e come ideatrice del metodo SLECC (Strategie Legali ed Emotive per la Crisi di Coppia e altre Crisi), da anni osservo come certe dinamiche distruttive si annidino in quella zona grigia dove la responsabilità si dissolve. La violenza psicologica e affettiva, specie tra i più giovani, si diffonde in silenzio, alimentata da social network, dalla cultura dell’apparenza e da una genitorialità spesso lasciata sola, disorientata, giudicata.

La violenza affettiva digitale è reale

Crepet denuncia giustamente l’impatto devastante dei social nella formazione relazionale degli adolescenti. I dati gli danno ragione. Il fenomeno del revenge porn (art. 612-ter c.p., introdotto con la Legge n. 69/2019, c.d. “Codice Rosso”) coinvolge sempre più minorenni, sia come vittime che come autori inconsapevoli. Secondo la Polizia Postale, nel 2023 oltre 800 minori sono stati coinvolti in casi di diffusione non consensuale di immagini intime. La crescita rispetto al 2020 è del 70%.

Anche lo stalking digitale tra adolescenti è in aumento, spesso confuso con una forma malata di affetto. Ma l’amore non controlla, non perseguita, non umilia. Il problema è che molti ragazzi non lo sanno. Nessuno lo ha insegnato loro.

Famiglie sole in un deserto educativo

La verità è che molti genitori si ritrovano ad affrontare fenomeni che neppure comprendono: sexting, adescamento online, challenge estreme, manipolazioni affettive, esperienze con gruppi chiusi o vere e proprie sette camuffate da community spirituali o wellness. E in questa solitudine educativa, la scuola tace, le istituzioni annaspano, e il diritto arriva quando è troppo tardi.

In molti casi, la dipendenza da social diventa il primo campanello d’allarme di una relazione tossica o di una fragilità psichica che non trova ascolto. I percorsi giuridici, quando non sono integrati da un sostegno emotivo e relazionale, rischiano di essere vissuti con passività o resistenza.

Il metodo SLECC: strategia legale ed emotiva per uscire dalla crisi

Proprio per rispondere a questa complessità, ho creato il metodo SLECC: un approccio integrato che unisce il rigore della strategia legale alla forza trasformativa del coaching emotivo e spirituale. SLECC aiuta le persone — adulti e adolescenti, uomini e donne — a leggere i segnali di abuso, riconoscere la manipolazione, uscire da legami tossici e ricostruire relazioni sane, anche nei contesti familiari più difficili.

SLECC è anche un invito alla responsabilità genitoriale: educare i figli non significa proteggerli da tutto, ma renderli consapevoli, forti, autonomi nella lettura del reale. Significa dire no quando serve, spegnere uno smartphone per accendere un dialogo.

Riprendiamoci il dovere di educare

Paolo Crepet ha il coraggio di dirlo: le fiaccolate non bastano. Serve un’azione culturale e giuridica che riporti al centro il principio di responsabilità, anche genitoriale. I figli non vanno lasciati “vivere la loro esperienza”, se questa esperienza li porta a confondere il possesso con l’amore, la gelosia con la cura, il controllo digitale con l’attenzione.

Abbiamo bisogno di leggi, certo. Ma soprattutto di coscienze vigili, famiglie presenti, professionisti preparati e scuole coraggiose. La violenza non è mai improvvisa. È sempre annunciata da piccoli atti, da silenzi, da porte aperte troppo presto.

Occorre una rivoluzione educativa e giuridica. Come professionista, credo fermamente che ogni famiglia, ogni scuola, ogni tribunale debba riscoprire la centralità della prevenzione. Dobbiamo intervenire prima che accada. Dobbiamo insegnare ad amare, a lasciar andare, a chiedere aiuto.

Il raptus non esiste. Esiste il silenzio che lo ha preceduto.

Avv. Maria Pia Capozza

 

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